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Le importanti scoperte archeologiche

Il potenziamento infrastrutturale della tratta ferroviaria Lunghezza-Guidonia, lungo la linea Roma-Pescara, promosso dal Gruppo FS, ha nella nuova stazione di “Guidonia Montecelio” una tappa importante che ha, tra l’altro, permesso di arricchire in maniera significativa il quadro conoscitivo del paesaggio storico dell’area grazie a importanti scoperte archeologiche emerse nel corso dei lavori.

A partire dal 2011 le indagini archeologiche preventive eseguite da FS Engineering su incarico di RFI, sulla base delle indicazioni fornite dalla competente Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma e la Provincia di Rieti, hanno consentito di rilevare e documentare evidenze archeologiche che restituiscono un’occupazione di questa parte di territorio tiburtino tra l’età repubblicana (IV sec. a.C.) e l’età imperiale (II sec. d.C.), il tutto condotto nell’ottica condivisa di armonizzare la realizzazione di un’infrastruttura così preziosa per la cittadinanza locale con lo straordinario patrimonio storico archeologico che veniva messo in luce dagli scavi. Tale approccio integrato è continuato nella fase di Appalto, conclusosi a luglio 2026 con l’attivazione della nuova stazione di Guidonia, grazie alla stretta collaborazione instaurata tra tutti i soggetti coinvolti, il MIC con la Soprintendenza dell’Area Metropolitana di Roma, il Gruppo FS con le sue Società RFI e FS Engineering, le imprese appaltatrici con le società archeologiche incaricate e i singoli professionisti impegnati nelle attività di ricerca.

Nel comprensorio territoriale del comune di Guidonia Montecelio (Fig. 1), tra la Strada Provinciale 27b a nord e via della Longarina a Sud, sono emersi i resti e le tracce di un’occupazione in epoca antica che prevedeva percorsi stradali, impianti produttivi, opere di sfruttamento agricolo del terreno con canalizzazioni, aree di cava per l’estrazione del travertino, necropoli con sepolture che hanno restituito importanti testimonianze degli usi del tempo

Ma le sorprese degli scavi non si sono limitate alle tracce di epoca storica, ma ci hanno fatto tornare indietro ad un’epoca remota, circa 20.000 anni fa: una porzione di banco di travertino ha conservato impresse le orme di alcuni animali della fine del Pleistocene Superiore (Fig. 2).

Un ritrovamento raro in Italia, degno di essere valorizzato e testimoniato all’interno della nuova Stazione, valorizzazione fortemente voluta dalla Soprintendenza e prontamente sostenuta dal Gruppo FS: è stato dunque realizzato un calco in resina, in scala 1:1 della porzione di travertino che conservava le orme, ricollocato e arricchito di contenuti scientifici in uno spazio della banchina ferroviaria per essere fruito dalle persone in transito nella stazione.

I pannelli ci raccontano la formazione geologica del travertino: il Travertino tipo “Testina” è una roccia sedimentaria formata principalmente da carbonato di calcio (CaCO₃). Si origina quando acque sotterranee ricche di anidride carbonica (CO₂) e calcio risalgono verso la superficie, spesso lungo fratture o faglie presenti nel sottosuolo. Nell’area compresa tra Tivoli e Guidonia questo processo è attivo da tempi relativamente recenti in termini geologici (dal Pleistocene superiore, 115 mila anni fa) ed è legato sia alla presenza di faglie sia all’influenza delle attività vulcaniche dei Colli Albani. L’ambiente in cui si forma il travertino è spesso caratterizzato da acque mineralizzate e gas che fuoriescono dal sottosuolo.

In passato, questi fenomeni hanno influenzato anche la percezione della popolazione locale: l’area oggi conosciuta come Colle Fiorito era infatti chiamata “Valle della Stregara” per via dei rumori e delle emissioni gassose simili alle stridule urla delle streghe, prodotti dai gas emessi dall’acqua sulfurea che vengono in superficie in maniera naturale. Tra le diverse forme di travertino, una delle più tipiche è proprio quella chiamata “Testina”. Questo tipo di travertino si forma in zone dove l’acqua è quasi ferma, come nelle pozze, e la deposizione avviene lentamente. Il carbonato di calcio si accumula attorno a piccoli frammenti vegetali creando delle forme tondeggianti e irregolari, riconoscibili per l'aspetto nodulare e per la presenza di piccoli vuoti, lasciati dalla decomposizione delle parti organiche inglobate durante la crescita.

Dalla geologia alla paleontologia: le impronte fossili

È proprio questo peculiare ambiente geologico, fatto di pozze d'acqua e fanghi carbonatici in lenta solidificazione, ad aver agito come una straordinaria "macchina del tempo", capace di catturare e conservare tracce di vita preistorica.

Nel 2026, sul banco geologico alla base della sequenza archeologica indagata, è stato individuato un affioramento con impronte fossili impresse proprio su un livello di travertino. La lastra si è conservata su un’estensione di appena 10 metri quadrati, ma ha registrato il passaggio di numerosi mammiferi preistorici (fig. 3), avvenuto in un breve arco di tempo durante l’ultima glaciazione, alla fine del Pleistocene superiore (circa 29-15.000 anni fa). Le dimensioni e le caratteristiche anatomiche indicano la presenza di cervi adulti o di giovani esemplari di uro (Bos primigenius), assieme a cervidi o capridi di taglia medio-piccola. Gli animali attraversarono l’area in direzione Est/Nord-Est, muovendosi ai margini di un lago poco profondo (Figg. 4-5).

Le impronte furono impresse sulla superficie di un fango carbonatico depositato dalle acque termali. Poco dopo il passaggio degli erbivori, lo specchio d’acqua si abbassò consentendo la temporanea emersione dei sedimenti sulle sponde, che si consolidarono conservando le tracce. Successivamente, il livello dell’acqua risalì e lo strato con le impronte fu sigillato da nuovi depositi di travertino. In alcuni casi si riconoscono le impressioni della zampa posteriore sovrapposte alle tracce di quella anteriore, indicando che gli animali si mossero con un’andatura al trotto.

Un ecosistema così ricco di risorse idriche, nicchie ecologiche favorevoli e fauna abbondante attrasse presto i primi gruppi umani. Le impronte fossili di Guidonia sono state rinvenute sulle propaggini settentrionali della Piana delle Acque Albule. Durante la Preistoria l'intero bacino fu frequentato per lungo tempo dai gruppi di cacciatori-raccoglitori paleolitici, come attestato da diversi importanti siti ritrovati nelle vicinanze (Fig. 6).

L'epoca romana: i lavori ferroviari fanno riemergere l’antico ager tiburtinus

Gli scavi archeologici per il progetto ferroviario hanno permesso di documentare tratti di una viabilità antica connessi ad un sistema infrastrutturale a servizio di insediamenti, proprietà terriere e aree funerarie. Le caratteristiche costruttive e le ripetute opere di manutenzione documentano una viabilità stabilmente frequentata; l’impostazione dei percorsi lungo lievi rialzi naturali, associata a pendenze calibrate per il drenaggio delle acque, rivela una progettazione attenta sia alla gestione idraulica sia alla durabilità del tracciato viario. La sede stradale, con livelli sovrapposti, era normalmente costituita da un piano costipato, con ciottoli e scaglie calcaree e di travertino di piccole dimensioni, misti a un compatto strato sabbioso, che poggiavano su una preparazione realizzata con abbondante materiale fittile eterogeneo.

L’occupazione e lo sfruttamento agricolo dei terreni è testimoniato da resti di strutture murarie realizzate in pezzame di travertino, interpretabili come basi di elevati in materiali deperibili, associate a piani di lavorazione quali fosse, buche di palo e strutture di combustione. Degni di nota risultano due manufatti tronco-conici in tufo, dotati di fondo forato intenzionalmente ostruito, riferibili con ogni probabilità a installazioni produttive specializzate. Una vasca/cisterna, scavata direttamente nel banco di travertino, verosimilmente connessa alla raccolta e alla gestione delle risorse idriche.

La coltivazione della vite è testimoniata da tracce in negativo rilevate sul banco di travertino con fosse di piantumazione che sembrano indicare un sistema colturale misto, probabilmente caratterizzato dall’integrazione tra colture seminative e sostegni vivi per la vite (vitis arbustiva o vite maritata). A seguire trincee parallele ravvicinate, interpretabili come indice di una viticoltura maggiormente specializzata e del progressivo abbandono della pratica della vite maritata. Nell’ultima fase trincee e fosse tornano a coesistere; il lieve cambiamento di orientamento dei filari, disposto lungo l’asse N–S, associato a un maggiore interfilare, suggerisce una ripresa di forme di policoltura. L’impianto appare tuttavia più regolare e standardizzato, riflettendo un’evoluzione tecnica orientata verso una crescente intensificazione della produzione agricola.

La vita e la morte: le sepolture e i rituali funerari

Per quanto attiene la sfera funeraria, le aree sepolcrali documentano una continuità d’uso compresa tra la tarda età repubblicana e il II sec. d.C., con una fase di massima espansione in età flavia e traianea (fine I-inizi II sec. d.C.). Le sepolture, disposte parallelamente agli assi viari, sono costituite prevalentemente da inumazioni in fossa terragna, talvolta dotate di coperture in tegole alla cappuccina o lastre calcaree, accanto a rituali del tipo bustum (cremazione avvenuta direttamente all'interno della fossa sepolcrale) (Fig. 7).

I corredi restituiscono un quadro riferibile a una comunità rurale di livello medio-basso ma pienamente inserita nei modelli funerari romani. Le lucerne costituiscono l’elemento più ricorrente, frequentemente associate a olle, piatti e scodelle; alcuni esemplari presentano decorazioni a volute, scene erotiche e raffigurazioni zoomorfe. Le monete comprendono emissioni riferibili a Caligola, Traiano, Domiziano, Nerva e Commodo, interpretabili come obolo funerario (la moneta per Caronte). I chiodi sembrano invece assumere una funzione apotropaica (per allontanare gli influssi maligni), soprattutto nelle associazioni con monete e lucerne.

Più rari, ma particolarmente significativi, risultano i balsamari vitrei deposti in prossimità dell’inumato, interpretabili come indicatori di pratiche di unzione e purificazione. Tra gli oggetti di maggiore pregio si segnalano uno specchio discoidale in argento, casseruole bronzee frammentarie e piccoli ornamenti in osso e pasta vitrea (Fig. 8). Di particolare interesse, infine, appare la deposizione rituale di un uovo, verosimilmente riconducibile a pratiche simboliche legate ai concetti di rinascita e fertilità, a testimonianza della profonda spiritualità che animava questa antica comunità rurale.

Figura 5 - Vegetazione e fauna presente nella piana 20.000 anni fa (P. Gioia)

Figura 7 - Ricostruzione 3D di due sepolture di età romana (D. Pagliarosi)

Figura 1 - Progetto della nuova Stazione di Guidonia con in rosso i rinvenimenti archeologici

Figura 2 - Ricostruzione 3D dell’area con le impronte fossili scoperte durante gli scavi della realizzazione del binario nell’area della nuova stazione di Guidonia Montecelio (D. Pagliarosi)

Figura 3 - a) Interpretazione delle tracce presenti sull’antica superficie; b) Allineamenti di orme al passaggio dei singoli animali - i colori rappresentano le diverse piste (F. Altamura)

Figura 4 - Ricostruzione scientifica paleoambientale della piana delle Acque Albule 20.000 anni fa (P. Gioia)

Figura 6 - Modello Digitale del Terreno della piana delle Acque Albule con il posizionamento delle orme fossili e dei siti archeologici del Tardo Pleistocene (circa 20.000 anni fa)

Figura 8 - Selezione di materiali archeologici rinvenuti durante gli scavi: a) unguentario in vetro; b) moneta di età traianea; c-d) lucerne; e) specchio discoidale in argento.